15 Luglio 2017
CETA: NO DAL CONSORZIO IGT TERRE « ACCORDO CHE NON TUTELA IL MADE IN ITALY»

C’è ben poco di ‘libero’ nell’accordo fra Europa e Canada. Anzi, questo discusso trattato di fatto spiana la strada alla pirateria alimentare a danno dei nostri prodotti, delle nostre denominazioni che tutelano aziende e territori a garanzia dei consumatori”. Con queste parole Claudia Crippa, presidente del Consorzio Vini IGT Terre Lariane, boccia il CETA, il trattato internazionale di libero scambio fra Europa e Canada che rappresenta una minaccia per i prodotti agroalimentari italiani. 
“Nell’accordo non è previsto alcun limite per i wine kit, le scatole che promettono di realizzare in casa, con polveri e sciroppi, la brutta copia delle etichette più prestigiose dei vini italiani, di cui il Canada è grande produttore” spiega Crippa, commentando i “numerosi casi di sfruttamento delle denominazioni per prodotti che nulla hanno a che fare con quelli originali, perché non legati al territorio e a severi standard qualitativi, oltre che ad una ben precisa denominazione di origine”.
Il Ceta non fornirà alcuna tutela sul territorio canadese a ben 250 indicazioni geografiche (IG) e denominazione di origine (DO), su un totale di 291 riconosciute dall’Unione Europea. Il trattato, infatti, autorizza libere traduzioni dei nomi dei nostri prodotti, oppure l’uso degli stessi termini, accompagnato con “genere”, “tipo”, “stile” e da una indicazione visibile e leggibile del prodotto.
Il nome è quanto di più prezioso abbiamo — conclude Crippa — perché racchiude il valore del lavoro dei nostri produttori, insieme al loro futuro, e offre una garanzia ai consumatori attenti all’origine e alla qualità. Con queste premesse non possiamo che condividere la ferma opposizione espressa in questi giorni da Coldiretti a capo del vasto movimento ‘#StopCeta’ perché la presunzione canadese di chiamare con lo stesso nome alimenti del tutto diversi è inaccettabile. Si tratta di una concorrenza sleale che danneggia i produttori e inganna i consumatori. Senza considerare il rischio di un effetto valanga sui mercati internazionali dove invece l’Italia e l’Unione Europea hanno il dovere di difendere i nostri prodotti a marchio”.

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