MARTEDI’ 17 TERRITORIO IN FESTA PER SANT’ANTONIO ABATE: NATO NELL’EGIZIANA “COMA”, E’ UN RIFERIMENTO IMPORTANTE PER L’AGRICOLTURA CHE LO CELEBRA IN TUTTI I BORGHI RURALI “Sant’Antonio Abate è un momento centrale per l’agricoltura: una festa di tradizione e fede, certo, ma anche e soprattutto l’occasione di tracciare un bilancio sull’annata agricola da poco conclusa ed intensificare il confronto con le nostre imprese per analizzare le tematiche più attuali e programmare il futuro”.
Così Coldiretti si appresta a viverela festa patronale del mondo agricolo che dopodomani, giovedì 17 gennaio, ricorderà la figura di Sant’Antonio Abate.
E le parole del presidente della Coldiretti interprovinciale Fortunato Trezzi esprimono la forte volontà di trovare in una ricorrenza dalle salde radici cristiane e storiche “l’occasione giusta per ribadire la volontà di Coldiretti di essere vicino alle imprese, ma anche ad un territorio e alle sue tradizioni che restano tutt’oggi inalterate e che con l’agricoltura hanno un legame profondo”.
I dirigenti di Coldiretti Como-Lecco vivranno la giornata di Sant’Antonio Abate a contatto con le imprese, nelle rispettive zone territoriali e attraverso le molte ricorrenze in programma: la festa, infatti, è particolarmente sentita tutti i borghi rurali lariani, “la vera forza del nostro territorio rurale”.
L’elenco delle celebrazioni, dunque, interessa tutte le parrocchie, con momenti di festa più intensi (il ritrovo dei trattori, la benedizione degli animali e delle macchine agricole, il pranzo comunitario) proprio nei paesi in cui ancor oggi è più viva e marcata la tradizione rurale: particolare sarà, ad esempio, la benedizione degli animali a Cassina Valsassina con i Cavalieri della Valsassina.
Da Coma a Como il passo è breve, si potrebbe dire con un richiamo al luogo natale di Sant’Antonio Abate che è, appunto, la città di Coma nella lontana terra d’Egitto.
Qui Sant’Antonio vive nella seconda metà del terzo secolo e nella prima metà del quarto, distribuendo ai poveri la cospicua eredità paterna e intraprendendo una vita di riflessione come eremita: si dedicò poi al conforto dei sofferenti e dei cristiani perseguitati e aiutando Sant’Atanasio nella sconfitta dell’eresia ariana che, in quel tempo, si stava diffondendo nel primo mondo cristiano.
E’ proprio Sant’Atanasio che ne racconta l’opera nella “Vita Antonii” riferendo anche l’anno della sua morte, avvenuta il 17 gennaio 357 (nato nel 251, secondo le fonti, sarebbe dunque ultracentenario) nelle lande desolate della Tebaide, dove si era ritirato dedicandosi alla cura del proprio piccolo orto.
L’iconografia raffigura sempre un porcello munito di campanella a fianco del santo egiziano: la leggenda vuole che il porcellino sia stato “complice“ nell’aiutare Sant’Antonio a rubare il fuoco degli inferi per donarlo al popolo, che soffriva il freddo.
La storia, invece, ricorda che i canonici di Sant’Antonio avevano ottenuto il permesso di allevare i maiali all’interno de centri abitati: il grasso di maiale era infatti utilizzato come emolliente per le piaghe provocate dal “fuoco di S. Antonio”, che l’ordine curava negli hospitii od ospedali che era deputato a gestire.
L'Ordine aontoniano lasciò, dunque, traccia del suo passaggio attraverso una serie pressoché infinita di ospedali presenti anche sul territorio delle nostre province.